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Brexit 2020: Australian Deal is the new No Deal

In un discorso televisivo del 16 ottobre, che ha fatto seguito a settimane di peggioramento nelle trattative tra Bruxelles e Londra, il primo ministro britannico Boris Johnson ha avvertito di aspettarsi un accordo commerciale “di tipo australiano” con l’UE. Come siamo arrivati ​​a questo punto e cosa significa questo per le relazioni commerciali tra Regno Unito e UE dal gennaio 2021?

Cronaca di uno scontro annunciata

Come abbiamo scritto nel novembre 2019, il Protocollo per l’Irlanda del Nord negoziato dal Primo Ministro Johnson ha raggiunto la singolare combinazione di lasciare il Primo Ministro in una migliore posizione politica domestica, in vista delle prossime elezioni, e il Regno Unito in una peggiore posizione negoziale nei confronti dell’UE. La versione Johnson del protocollo ha posto le basi per una relazione commerciale UE-Regno Unito maggiormente basata sulla competizione, come reso evidente dal fatto che l’impegno a mantere il level playing field (regole e standard economici comuni) è rimasto solo nella dichiarazione politica non vincolante, nella quale Regno Unito ha dichiarato di mirare a una ambiziosa “relazione sulla base di un accordo di libero scambio (FTA)”.

Mentre il governo del Regno Unito dissipava ogni dubbio sul suo desiderio di mantenere una maggiore flessibilità, abbiamo sostenuto che anche l’UE sarebbe stata meno disposta a offrire ampie concessioni commerciali: il miglior accordo che il Regno Unito potrebbe ottenere dall’UE sarebbe sui termini del CETA – l’accordo di libero scambio che l’UE ha attualmente in vigore con il Canada. Sotto condizioni CETA, il 99% del commercio UE-Regno Unito sarebbe esente da dazi e l’impatto tariffario sulle attuali esportazioni del Regno Unito verso l’UE sarebbe minimo (un’aliquota media ponderata dello 0,5%). Pur essendo un buon affare, il CETA non è poi gran che dal punto di vista dello schieramento Brexit: il problema con qualsiasi FTA UE-Regno Unito è il commercio nei servizi, che rappresenta il 46% delle esportazioni globali del Regno Unito (Figura 1). Anche il CETA, l’accordo più completo che l’UE abbia mai firmato per quanto riguarda gli scambi di servizi, non eliminerebbe le restrizioni nei settori in cui si concentra la maggior parte delle esportazioni di servizi del Regno Unito. Una “clausola della nazione più favorita (MFN)” nel CETA ha inoltre limitato la capacità dell’UE di offrire al Regno Unito condizioni migliori sui servizi rispetto a quelle offerte al Canada. L’obiettivo del governo May era stato quello di tenere la porta aperta per un accordo che potesse essere migliore del CETA sui servizi. Quel tipo di accordo richiedeva tuttavia un livello di allineamento normativo con l’UE ancora più stretto di quello in vigore in Canada: il nuovo protocollo dell’Irlanda del Nord concordato dal primo ministro Johnson ha chiarito che il Regno Unito non è disposto a garantire quel grado di allineamento, chiudendo definitivamente quella porta.

Ancora più importante, le modifiche al Withdrawal Agreement ottenute dal primo ministro Johnson implicavano il rischio che anche le condizioni CETA potessero non venire più offerte, dal momento che la prospettiva di divergenza normativa del Regno Unito diventa più tangibile. Ulteriore fatto di cattivo auspicio per un governo desideroso di trasformare il Regno Unito in una “Singapore sul Tamigi”, l’unico accordo di libero scambio di nuova generazione in cui l’UE non si è impeganta su un accordo MFN nel capitolo servizi e investimenti è stato proprio quello negoziato con Singapore. Tutte queste tensioni sono arrivate al culmine lo scorso mese, quando il dibattuto progetto di legge sul mercato interno del Regno Unito (Internal Market Bill) ha effettivamente formalizzato l’intenzione del governo britannico di violare il diritto internazionale ignorando alcune delle disposizioni concordate nel Withdrawal Agreement, portando perciò all’interruzione dei colloqui commerciali.

Il costo di diventare “australiani”

Ma come sarebbe una “Brexit australiana”? Esattamente identica a una No-Deal Brexit. Il sistema di dazi che l’UE applica all’Australia – con cui l’UE ha aperto i negoziati per un FTA solo nel 2018 – è lo stesso applicato a tutti i paesi terzi con cui l’UE non ha un accordo. Il Regno Unito quindi scambierebbe con l’UE alle condizioni standard dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Nel 2019, il 46% delle esportazioni del Regno Unito era destinato a paesi membri UE e il 2,5% ad altri membri dello Spazio economico europeo (EEA) e dell’Unione Doganale (CU). In uno “scenario australiano” il commercio con l’UE sarebbe soggetto alle tariffe standard (MFN) dell’UE. Rispetto allo status quo esente da dazi, il regime MFN dell’UE implicherebbe una tariffa media ponderata del 3,4% sull’attuale composizione delle esportazioni del Regno Unito verso l’UE. Naturalmente, anche i paesi dell’UE dovrebbero affrontare le tariffe quando esportano nel Regno Unito. Come mostra la tabella 1, gli Stati membri dovrebbero affrontare un aumento delle tariffe generalmente più elevato in caso di No Deal, rispetto al Regno Unito. L’effetto non è uniforme tra i paesi e l’aumento sarebbe particolarmente duro per Italia e Spagna, in particolare se guardiamo solo a quei settori in cui i due paesi stanno attualmente producendo un surplus commerciale nei confronti del Regno Unito.

Questo effetto è dovuto alla diversa composizione dei panieri commerciali del Regno Unito e dell’UE, ma è più che compensato dalla dimensione relativa dei rispettivi flussi commerciali. Mentre l’UE subirebbe l’aumento delle tariffe su solo il 6% delle sue esportazioni globali, il Regno Unito accuserebbe il colpo sul 46% delle sue esportazioni. Una volta tenuto conto di ciò, l’impatto sul prezzo delle esportazioni complessive UK di un No-Deal sarebbe dell’1,6% per il Regno Unito e solo dello 0,25% in media in tutta l’UE (Figura 2). Uno “scenario australiano” imporrebbe un pegno notevole anche sulle famiglie del Regno Unito: ipotizzando un aumento dei prezzi in rapporto 1:1, 13 miliardi di euro di tariffe sui prodotti dell’UE ammonterebbero a una media di 200 euro all’anno per ogni cittadino del Regno Unito, mentre nell’UE 6,5 miliardi di euro sulle importazioni di prodotti britannici implicherebbero un impatto quasi trascurabile di 15 euro pro capite. Come metro di paragone, se si dovesse trovare un compromesso su un accordo simile al CETA le cifre sarebbero 40 euro e 2 euro rispettivamente.

Che fine ha fatto la Global Britain?

Quali sono le prospettive di commercio con i paesi terzi? Al di fuori dell’UE, EEA e CU, il 12% delle esportazioni totali del Regno Unito è ancora diretto verso paesi coperti da una qualche forma di accordo commerciale preferenziale (PTA) dell’UE, completamente (9%) o parzialmente in vigore (3%). Un ulteriore 22% delle esportazioni è andato a paesi con i quali è attualmente in fase di negoziazione una qualche forma di PTA. Nel 2017, l’ex segretario per il commercio internazionale Liam Fox ha dichiarato che il Regno Unito avrebbe replicato gli attuali 40 accordi di libero scambio dell’UE prima di lasciare l’Unione, così da garantire l’assenza di perturbazioni nelle condizioni commerciali. Ad ottobre 2020, tuttavia, il Regno Unito ha firmato solo 21 accordi di “continuità” che coprono 50 paesi e circa l’8% del commercio totale del Regno Unito. Questi accordi si impegnano a replicare le condizioni esistenti “per quanto possibile”, lasciando ambiguità sul margine di manovra che avranno i partner commerciali. Le condizioni potrebbero cambiare rispetto ad oggi, anche con paesi che hanno accettato di rinnovare. Ad esempio, la UK Food and Drink Federation (FDF) stima che il 67% delle importazioni di alimenti e bevande dal Regno Unito e il 54% delle esportazioni sarebbero escluse dal trattamento preferenziale in base all’accordo di continuità firmato con la Svizzera.

Con quei paesi che non hanno accettato di firmare un accordo di continuità, il commercio sarà soggetto alle tariffe della nazione più favorita (MFN) dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. In alcuni casi, perdere il trattamento preferenziale sarebbe doloroso: nel caso degli scambi commerciali con la Turchia, ad esempio, la quota di esportazioni del Regno Unito soggette a tariffa zero scenderebbe dal 96% al 20% (tabella 2). A questo, è necessario aggiungere l’incertezza sul 18% delle esportazioni del Regno Unito che sono attualmente al di fuori della sfera di influenza preferenziale dell’UE, soprattutto quelle dirette verso gli Stati Uniti, famosi per essere un difficile negoziatore sul commercio. Il disegno di legge sul mercato interno potrebbe inoltre mettere a rischio la special relationship transatlantica, gettando l’ombra di un confine irlandese sui futuri negoziati commerciali. L’ex vicepresidente Joe Biden e il presidente della Camera Nancy Pelosi, tra gli altri, hanno affermato chiaramente nelle ultime settimane che la violazione dell’accordo del Venerdì Santo significherebbe probabilmente che il Regno Unito – a differenza dell’Australia – non otterrebbe un accordo commerciale con gli Stati Uniti.

In quanto comunità la cui stessa esistenza è radicata nel diritto internazionale, l’UE ha poco spazio politico per scendere a compromessi e non può trascurare una deliberata violazione da parte del Regno Unito di un accordo internazionale negoziato di comune accordo. Ciò è particolarmente vero in un momento in cui è in corso un’accesa discussione nel Parlamento Europeo su come sanzionare le violazioni dello Stato di diritto dell’UE da parte degli Stati membri nel corso del prossimo ciclo di bilancio. Di conseguenza, in assenza di un passo indietro del Regno Unito su questo controverso atto legislativo, la No-Deal Brexit è uno scenario probabile. Se questo scenario si concretizzasse, il Regno Unito si troverebbe a negoziare senza accordi con l’UE e forse senza accordi con gli Stati Uniti, nel mezzo di una pandemia globale. A quel punto, il sogno della “Global Britain” sarebbe poco più di un’illusione sbiadita.

Silvia MERLER – Head of Research, Algebris Policy & Research Forum

Antonio FOCELLA – Junior Research Analyst, Policy & Research Forum

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