ESG & Policy Research

Un confronto tra i mercati del lavoro USA ed Eurozona post Covid

[infogram id=”ec1e8adb-4f64-4b75-95b4-8f471f438ae0″ prefix=”VIR” format=”interactive” title=”Figure 1: Beveridge Curves”]

Un confronto tra le curve di Beveridge dell’Eurozona e degli Stati Uniti mostra come, mentre nei paesi dell’Euro è in corso un ritorno alla situazione pre-Covid, negli USA la curva continui a mostrare uno significativo spostamento verso un equilibrio dove coesistono un alto livello di disoccupazione e di posti vacanti nelle imprese. Questa dinamica suggerisce che forti frizioni continuino a caratterizzare il mercato del lavoro statunitense: non solo il matching tra lavoratori e posti di lavoro sta diventando più difficile, ma la curva si è anche fatta particolarmente ripida negli ultimi mesi, segnalando notevoli difficoltà per le imprese nel trovare nuovi lavoratori. Sebbene ciò potrebbe venire interpretato come un sintomo di una forte ripresa, va considerato il fatto che i livelli di occupazione complessivi rimangono ben al di sotto del trend, indicando come le frizioni sembrino essere più una conseguenza di determinate politiche economiche che un segno di un’economia a pieno potenziale.

[infogram id=”d438d746-1a97-4ec7-a17c-b640776e7fb1″ prefix=”hRc” format=”interactive” title=”Figure 2: Employment”]

I mercati del lavoro tanto degli USA quanto dell’Area Euro rimangono ben al di sotto dei trend in termini di occupazione, con un calo rispettivamente del 6.3% e del 4.1% rispetto all’occupazione potenziale. Tale performance relativamente migliore dell’Eurozona deriva dal ricorso a schemi di cassa integrazione, dal momento che in termini di ore lavorate gli Stati Uniti hanno mostrato una ripresa più rapida.

 Per meglio comprendere in cosa consista la differenza tra le due riprese implementiamo una decomposizione SVAR dell’offerta e domanda di lavoro basata sulle variazioni di ore lavorate e salari[1]. Il modello indica come, mentre nei paesi dell’Eurozona l’offerta di lavoro da parte dei lavoratori sia stata il driver principale, l’opposto valga per gli USA, dove lo shock iniziale del Covid si è anche fatto maggiormente sentire. Ciò implica che mentre in Europa i lavoratori che avevano temporaneamente abbandonato la forza lavoro nelle fasi iniziali della pandemia hanno guidato la ripresa ritornando nel mercato del lavoro, negli Stati Uniti il fattore trainante restano le imprese che si trovano in difficoltà nel riempire i posti vacanti, come segnalato dal fatto che lo shock di domanda di lavoro da fine lockdown continua a superare la domanda di lavoro da parte di aspiranti lavoratori.

[infogram id=”2d144790-e556-4111-baeb-47564da095a9″ prefix=”cxX” format=”interactive” title=”Figure 3: Supply & Demand Shocks”]

Tali risultati suggeriscono un potenziale surriscaldamento del mercato del lavoro statunitense. A sostegno di questa tesi, annualizzando le variazioni destagionalizzate osservate nel primo trimestre si può vedere come i salari USA stiano viaggiando a ritmi significativamente più alti rispetto agli anni passati, mentre in Europa il costo del lavoro rimane sotto tono.

[infogram id=”db70fdd3-d917-43cf-ac8e-2f93e5a3a444″ prefix=”jt3″ format=”interactive” title=”Figure 4: Wages”]

Questo si traduce inoltre in più alti prezzi alla produzione: da inizio 2020 gli Stati Uniti hanno accumulato una differenza del 3.5% in questo indice rispetto all’Area Euro.

[infogram id=”78e4c30e-57c4-42ec-80e3-83044a5fbeb4″ prefix=”U69″ format=”interactive” title=”Figure 5: PPI”]

Nondimeno, una nota di cautela è doverosa: va infatti notato come finora il driver principale del PPI sembra essere stato il prezzo delle materie prime, che mostra una correlazione coi prezzi alla produzione più alta rispetto al costo del lavoro in entrambe le economie[2]:

[infogram id=”77688168-6fb1-4e90-b9c0-788225734940″ prefix=”FIE” format=”interactive” title=”Table 1: PPI Correlations”]

Complessivamente, il mercato del lavoro statunitense mostra significativi sintomi di surriscaldamento, con alte frizioni nel matching, una più lenta ripresa dell’occupazione, salari in accelerazione, e prezzi alla produzione più alti. Mentre parte della pressione sui prezzi alla produzione può essere giustificata dai più alti prezzi delle materie prime, il fatto che l’Eurozona non mostri tali segnali di disfunzione nel mercato del lavoro, offrendo invece una ripresa più ordinata, dovrebbe far suonare un campanello d’allarme. Le politiche fiscali attuate per contrastare la crisi del Covid e dare supporto alle famiglie statunitensi erano probabilmente una necessità durante la pandemia, ma potrebbero trasformarsi in una lama a doppio taglio ora che buona parte della popolazione ha ricevuto il vaccino, potenzialmente innescando una spirale salari-prezzi. Rimane da vedere se il fatto che 25 stati abbiano annunciato di voler anticipare il termine dei sussidi rispetto alla scadenza naturale di settembre e la fine delle misure di restrizione legate al Covid si dimostreranno sufficienti nel rimuovere i colli di bottiglia e raffreddare il mercato del lavoro negli States.


[1] Vedi Brinca et al. (2020) per maggiori dettagli sulla metodologia.

[2] I prezzi delle materie prime sono approssimati dal Primary Commodity Price Index dell’IMF; il costo del lavoro è approssimato dal Labour Cost Index per l’Area Euro e da Total Compensations per gli Stati Uniti.