Iran – Tutto ruota attorno a Hormuz
La seconda settimana del conflitto ha rafforzato l’idea che la guerra possa durare più a lungo di quanto inizialmente previsto. Il regime iraniano ha nominato Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei, come nuovo Leader Supremo. La nomina segnala una chiara continuità all’interno del regime e suggerisce una linea più dura, indicando un approccio meno pragmatico ai negoziati, anche se il presidente Trump ha dichiarato pubblicamente di non essere favorevole alla sua nomina.
L’attività militare si è stabilizzata su livelli coerenti con uno scenario di conflitto prolungato. Il numero di missili e droni lanciati verso Israele e i paesi del Golfo è rimasto nel complesso stabile. I paesi del Golfo sono sempre più spesso bersaglio di attacchi con droni e al momento non dispongono di capacità difensive sufficienti per sostenere una protezione efficace in caso di conflitto prolungato.
Per i mercati, tuttavia, la questione centrale resta lo Stretto di Hormuz, che continua a rappresentare la leva strategica più potente a disposizione del regime. Al momento quasi nessuna petroliera attraversa lo stretto, perché l’Iran sta sfruttando il proprio controllo geografico sul passaggio per esercitare pressione sugli Stati Uniti e sui loro alleati regionali.
In risposta, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha autorizzato il rilascio di circa 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, contribuendo ad attenuare la reazione iniziale del mercato sui prezzi del petrolio.
Questa dinamica è particolarmente delicata per l’amministrazione statunitense, perché il presidente Trump non può permettersi prezzi del petrolio elevati per un periodo prolungato, con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato. La comunicazione della Casa Bianca è stata incoerente, cambiando più volte tono sia sulla durata attesa del conflitto sia sui livelli di prezzo del petrolio ritenuti accettabili. Finché i flussi attraverso Hormuz resteranno fortemente ridotti, sui prezzi del petrolio continuerà probabilmente a esercitarsi una pressione rialzista. L’attuale inversione della curva dei futures sul petrolio suggerisce tuttavia che i mercati continuino a considerare l’interruzione come temporanea.
Iran – Lo shock petrolifero spinge i tassi globali
La scorsa settimana l’attenzione dei mercati si è concentrata sugli sviluppi legati all’Iran e all’andamento dei prezzi del petrolio. Lunedì il greggio è salito per un breve momento fino a sfiorare i 120 dollari al barile, mentre i tassi europei hanno registrato un balzo di circa 10 punti base. Movimenti ancora più marcati si sono osservati nelle aree più sensibili al costo dell’energia, come l’Europa centrale e orientale.
Nel corso della giornata, però, il movimento si è rapidamente invertito dopo che il presidente Trump ha lasciato intendere che la guerra potesse essere vicina alla conclusione. I prezzi del petrolio hanno perso quasi il 30% rispetto ai massimi intraday e i tassi europei hanno recuperato il sell-off iniziale, per poi chiudere in calo.
L’aggiustamento più significativo si è visto sui tassi, che hanno incorporato più rapidamente l’impatto inflazionistico del rincaro energetico sulle aspettative macroeconomiche, soprattutto nelle economie più dipendenti dall’energia. Il Bund decennale si è avvicinato al 3%, mentre gli spread creditizi si sono ampliati di circa 10 punti base nel corso della settimana.
I mercati azionari sono stati più resilienti, con una reazione complessivamente più contenuta. Il dollaro statunitense si è rafforzato per tutta la settimana in un contesto di avversione al rischio. Negli Stati Uniti, la parte breve della curva ora prezza meno di un taglio dei tassi, mentre i rendimenti dei Treasury a 30 anni si sono avvicinati al 5%, un livello attentamente monitorato dagli investitori.
In Europa e nel Regno Unito, i tassi sulla parte breve della curva sono stati in gran parte riassorbiti durante la settimana, mentre i mercati ricalibravano le aspettative e la duration seguiva il rialzo dei rendimenti globali.
BCE – Il ritorno dei falchi
La scorsa settimana ha segnato un cambiamento significativo nella comunicazione della Banca Centrale Europea: Per la prima volta negli ultimi mesi, il tono dei policymaker è diventato chiaramente più hawkish.
Il messaggio ai mercati è che la funzione di reazione della BCE, in presenza di prezzi dell’energia più elevati, rimane principalmente focalizzata sull’inflazione, piuttosto che sui rischi per la crescita. Se i prezzi del petrolio dovessero rimanere elevati per un periodo prolungato, la BCE sembra disposta ad aumentare i tassi.
I mercati dell’inflazione ora prezzano un CPI dell’area euro vicino al 3% nel prossimo trimestre, prima di tornare verso l’obiettivo del 2% circa un anno dopo.
I mercati dei tassi hanno reagito rapidamente al cambiamento di tono, con la parte breve della curva che ora prezza due rialzi dei tassi nel 2026. Alla riunione di marzo della prossima settimana ci aspettiamo che la BCE lasci i tassi invariati, ma la comunicazione probabilmente rafforzerà la posizione sempre più restrittiva sull’outlook dell’inflazione.
Algebris Investments’ Global Credit Team
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