Iran – Tra uscita di scena ed escalation
La guerra in Iran è ormai entrata nel secondo mese e l’incertezza continua ad aumentare. La comunicazione dell’amministrazione Trump è stata discontinua e, a tratti, poco chiara. Nel discorso di mercoledì scorso, il Presidente ha illustrato gli ultimi sviluppi senza però offrire indicazioni concrete sull’esito finale del conflitto. Ha ribadito che il mancato raggiungimento di un accordo comporterebbe conseguenze molto pesanti per l’Iran. I mercati si erano avvicinati all’intervento nella speranza che emergessero segnali di de-escalation, ma hanno poi invertito bruscamente la rotta quando tale scenario non si è materializzato. Giovedì il prezzo del petrolio è balzato di circa il 10%, riflettendo il riemergere del rischio geopolitico. Allo stato attuale, un accordo negoziato tra Stati Uniti e Iran appare sempre meno probabile, alla luce del perdurare dell’attuale situazione di stallo. Nei prossimi sviluppi si delineano due ipotesi principali: il Presidente potrebbe dichiarare vittoria e disimpegnarsi, oppure scegliere un’ulteriore escalation, fino a un potenziale coinvolgimento militare diretto sul terreno.
Inflazione – Netta accelerazione
I dati di marzo mostrano i primi segnali di un rafforzamento delle pressioni inflazionistiche sia in Europa sia negli Stati Uniti. L’inflazione tedesca è salita dall’1,9% al 2,7%, mentre l’HICP dell’area euro ha raggiunto il 2,5%, sostanzialmente in linea con le attese di mercato. Per ora, la crescita resta resiliente. Gli indicatori qualitativi non hanno ancora evidenziato un deterioramento significativo dell’attività. Tuttavia, questo quadro potrebbe cambiare nei prossimi mesi. L’aumento dei costi energetici, in particolare nei prodotti raffinati come il cherosene, è verosimilmente destinato a trasmettersi in misura più marcata all’economia. Inoltre, l’interruzione pressoché totale del traffico marittimo accresce il rischio di nuove disfunzioni nelle catene di approvvigionamento, con il potenziale di amplificare ulteriormente le pressioni inflazionistiche e di pesare sulla crescita nei mesi a venire.
Private Credit – Le porte si stanno chiudendo
La scorsa settimana Blue Owl, uno dei principali operatori del private credit, ha annunciato che limiterà i rimborsi al 5% a fronte di un forte incremento delle richieste di disinvestimento in alcuni dei suoi fondi. Questa decisione segue misure analoghe adottate da altre società attive nel private credit e richiama l’attenzione sulle crescenti preoccupazioni circa possibili perdite nel comparto. L’aumento dei meccanismi di gating segnala tensioni di liquidità in crescita sotto la superficie. Nei mercati pubblici, gli spread high yield si sono ampliati, ma il movimento sembra riconducibile soprattutto alle tensioni geopolitiche e al rialzo del petrolio, più che a una rivalutazione del rischio di default. Per il momento, i mercati del credito quotato non stanno prezzando un ciclo imminente di default. Un’inversione del ciclo nel private credit potrebbe però finire per trasmettersi ai mercati pubblici attraverso condizioni di liquidità più restrittive, vendite forzate di attivi e un repricing del rischio di default.
Algebris Investments’ Global Credit Team
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