Fed – La credibilità in gioco
La riunione della Fed di luglio ha accresciuto i timori del mercato sull’impegno del nuovo presidente nel contrastare l’inflazione. La decisione è stata di lasciare i tassi invariati al 3,50%-3,75%, in linea con le attese. La comunicazione, tuttavia, ha evidenziato una certa sottovalutazione del recente rialzo dell’inflazione, in contrasto con l’impressione maturata dai mercati dopo la riunione di giugno. Il presidente Warsh ha rifiutato di fornire indicazioni su possibili rialzi a settembre e ha osservato che sono già i mercati a farsi carico dell’inflazione, attraverso rendimenti reali più elevati, senza però sottolineare che la politica monetaria dovrà muoversi di conseguenza. L’inflazione è stata descritta in termini rassicuranti, nonostante il dato headline si sia recentemente avvicinato al 4%, il doppio dell’obiettivo. I mercati hanno reagito con un indebolimento del dollaro e un marcato irripidimento della curva dei rendimenti, con lo spread 2s30s in rialzo di 15 pb nella seduta. In assenza di un indebolimento dei dati o di un ritorno dei rialzi da parte della Fed, è probabile che la curva continui a irripidirsi, alla luce dei livelli ben più elevati toccati dagli spread di curva in passato.
Banche centrali globali – Attesa e cautela
La Bank of England e la Bank of Japan hanno seguito la Federal Reserve, lasciando i tassi invariati rispettivamente al 3,75% e all’1%. La BoE si è mostrata accomodante, descrivendo un quadro debole dell’attività economica: questo ha portato sollievo sulla parte breve della curva, salita in misura significativa nelle ultime settimane sulla scia dei prezzi del petrolio più elevati e dei timori sui conti pubblici. La BoJ ha segnalato disponibilità a proseguire con i rialzi nel 2026, senza però vincolarsi a un orizzonte temporale preciso. La banca centrale è inoltre intervenuta sul mercato valutario per sfruttare l’orientamento accomodante della Fed, innescando un ampio movimento settimanale della valuta. È improbabile che l’intervento abbia un impatto duraturo se non accompagnato da una stretta monetaria.
Guerra in Iran – Più lunga e più ampia
La guerra in Iran continua a intensificarsi, con un conflitto più lungo e un coinvolgimento più ampio. Il memorandum d’intesa firmato da Stati Uniti e Iran a giugno appartiene ormai al passato e i combattimenti proseguono attorno allo Stretto di Hormuz. Si sono aggiunti al conflitto anche gli Houthi e lo Yemen, che hanno lanciato razzi contro l’Arabia Saudita e minacciato gli stretti occidentali (Bab el-Mandeb e Suez). Nelle ultime tre settimane sono stati condotti attacchi contro Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, il che accresce il rischio di un incidente. Il petrolio resta su livelli elevati, ma inferiori a quelli raggiunti a marzo, poiché le dichiarazioni statunitensi lasciano intendere che resta forte l’interesse per un accordo. Vediamo in aumento i rischi di un’ulteriore contrazione dell’offerta globale e di un ulteriore rialzo dei prezzi del petrolio.
Algebris Investments’ Global Credit Team
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